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Aldrin

Suoni sintetici, rarefatti e siderali, e calore che si espande nelle note di piano, nelle ritmiche avvolgenti, nell’ariosità cangiante e psichedelica, eleganza d’archi e un respiro potente: il secondo lavoro degli Arm on Stage (Folco Orselli, Stefano Piro, Alessandro Sicardi e, in questo disco, anche l’indimenticato Alessio Russo) è un disco composito e affascinante, che combina ritmi camaleontici prog, melodie pop-rock, chitarre magniloquenti e quasi catartiche, così come arpeggi che appaiono sussurrati ricami folk o evocativi arazzi vagamente radioheadiani.

Aldrin si muove tra sperimentazione e meccanismi di seduzione, che in un brano (la divertente Money & Puttane) inaspettatamente si tingono anche di black music, tra rap e disco, con tanto di cori di Paolo Benvegnù, produttore dell’album con Michele Pazzaglia. Se la chiave di questo pezzo è l’ironia, il tema portante del disco è l’umanità, con la sue fragilità, il rischio dell’errore, con la sconfitta dietro l’angolo, tra scene noir a più letture cantate con voce da crooner e sonorità notturne (Neighbor’s Nightmare) e dichiarazioni d’amore di chi non ha niente da perdere ed è spaventato dal non aver più paura di morire (Sunday’s Over, pop di classe impreziosito da sax stiloso e delizioso, quasi da mod revival), tra magnifiche desolazioni, solitudini cosmiche, paure e capacità di ritrovare dentro di sé la forza di superarle, grazie alla consapevolezza di essere ancora vivi (“I’m not scared / I’m a human being […] And I’m stilla live for now / Safe and sane brothers”, Alive). Anzi, toccato il fondo, ecco che si reagisce e si risale fino a riuscire a tornare a vedere il sole (Strong Enough).

In questo itinerario umanissimo si viaggia allora accompagnati da note cupe di piano, rallentamenti raffinati tra jazz e blues, distorsioni che avvitano la tensione in gola, delicatezza che tesse trame impalpabili di archi e Hammond soffuso ed esplosioni rock quasi stadium; c’è spazio per l’attesa “resistente” e la speranza dell’esistenza di altre strade da percorrere nell’abbraccio di velluto della meravigliosa April Song, ballata morbida e “ancipite”, nel suo doppio carattere dolcemente rassicurante ed inquieto, così come per un elogio obliquo della follia, cantato con voce graffiata grunge (Lally the Clown) e finale vorticoso ed inquietante, o per un duello tra cervello e cuore che pulsa coinvolgente, eppure si snoda sempre in modo elegante (The Master).

Tracklist

  • That Old Velvet Curtain
  • April Song
  • Alive
  • Sunday’s Over
  • The Second Man On The Moon
  • Lally The Clown
  • Money & Puttane
  • Crystal
  • The Master
  • Neighbor’s Nightmare
  • That Magnificent Desolation
  • Strong Enough (Bonus Track)
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Sunglasses under all stars

Questo lavoro discografico nasce dall’isolamento volontario di quattro musicisti dal bagaglio artistico solido e variegato, riunitisi con l’obiettivo di esplorare l’essenza più profonda dell’essere umano e le origini della creatività. L’opera si configura come un vero e proprio confronto di idee e suoni, dove ogni componente esprime la propria visione del distacco dalla modernità attraverso un’immersione totale e quasi straniante nella dimensione naturale.

Questa forte suggestione emerge chiaramente da testi fortemente onirici e visionari, che lasciano sospesi tra la dimensione del viaggio reale e quella dell’esplorazione puramente mentale. Anche l’architettura sonora contribuisce a questa atmosfera astratta: un mosaico che fonde insieme blues, funky, minimal jazz, rock classico e psichedelia anni Settanta, evocando suggestioni che richiamano antichi rituali. Il disco non segue una narrazione lineare, ma si sviluppa come un flusso libero guidato da un unico filo conduttore che unisce storie diverse attraverso quello che la band stessa definisce un connubio tra improvvisazione e visione.

Sebbene la proposta musicale cerchi una propria identità e venga spesso considerata originale, le sue radici affondano in territori già esplorati, richiamando alla mente atmosfere che spaziano dalle sonorità acustiche e intime alla Beck o alla Neil Young, fino a suggestioni vicine a Sting o alla celebre colonna sonora di Eddie Vedder per Into the Wild. La scelta stessa di ritirarsi in un contesto rurale e isolato per dare vita al debutto solleva il dubbio se si tratti di una reale e spontanea urgenza espressiva o di una formula studiata, nonostante l’evidente impegno del gruppo nel voler rinfrescare e far risplendere sonorità e ambientazioni dal sapore tipicamente retrò.

Tracklist

  • The Guardian
  • Spiritual
  • Desert Coffee
  • Spider Rain
  • Wolf In Town
  • Queen Is Gone
  • The Mouse In The Corn Flakes Box
  • Sailor
  • Go On!
  • Get Back