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Le Cagnotte

Una cassa comune piena zeppa di soldi, sogni e desideri. “… Io vorrei del tartufo, io vorrei vedere le stelle, io vorrei un amore anche piccolo ma un amore solo per me…”

“La cagnotte” è presto raccontata. Mettete insieme una combriccola di borghesi che si annoiano a morte, e il gioco è fatto… L’unica cosa che conta è divertirsi, litigare per divertirsi, viaggiare per divertirsi, divertirsi per non morire. In scena gli attori si tuffano dentro le maschere dei personaggi per lasciarcene scorgere un tratto, e poi subito via, di nuovo nella musica del quotidiano.

Come va a finire lo sappiamo già, lo sappiamo subito: non ci resta che aspettare, che assistere incantati al labirinto di eventi, scoppi, musiche e capitomboli che il gioco del teatro regalerà. La cagnotte è un capitombolo continuo, un esercizio per funamboli senza filo.

E il pubblico dove si mette? Assiste incredulo alla crudele commedia della vita, vede restituita sulla scena la clowneria stanca e rituale delle chiacchiere, delle risate, degli stratagemmi e delle trappole che come poveri uomini ordiamo alle spalle dei nostri simili, alle spalle di noi stessi.

  • Produzione: Comteatro
  • Regia: Claudio Orlandini
  • Con: Enrico Ballardini, Umberto Banti, Carola Boschetti, Cinzia Brogliato, Michele Clementelli, Luca Chieregato, Marzio Paioni
  • Scene e costumi: Rossella Annicchiarico e Vittoria Papaleo
  • Trucco: Beatrice Cammarata
  • Luci: Fausto Bonvini
  • Musiche: Gipo Gurrado e Stefano Piro
  • Live sul palco: Fabio Greuter (fisarmonica), Mauro Sansone (percussioni), Gipo Gurrado (chitarra)
  • Anno: 2018
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Amay

Neripè & Guappecartò

Amay è il disco d’esordio della cantante Neripè, realizzato insieme all’ensemble italo-parigino Guappecartò e pubblicato nel 2016. È un lavoro particolare perché nasce come concept album: ogni brano è dedicato a una donna che ha lasciato un segno nella storia o nell’immaginario contemporaneo. La parola Amay significa “madre” in birmano, e il disco ruota attorno a temi come memoria, emancipazione, coraggio e identità femminile.

Dal punto di vista musicale, l’album mescola jazz, tango, musica manouche, folk e canzone d’autore, con un suono elegante e cosmopolita che riflette le radici francesi di Guappecartò. La voce di Neripè è al centro del progetto, ma l’arrangiamento è molto ricco e cinematografico.

Un elemento interessante è la presenza di Mauro Pagani, che suona il violino nel brano “Un fiore nascosto”, dedicato a Frida Kahlo, mentre la produzione coinvolge anche il produttore Stefano Piro e il sound engineer francese Laurent Dupuy, vincitore di un Grammy.

Se dovessi descriverlo in poche parole, direi che Amay è un album che punta più sull’atmosfera e sul racconto che sull’impatto immediato: è raffinato, molto curato nei testi e negli arrangiamenti, e ha una forte dimensione narrativa e civile. Non è un disco pop tradizionale, ma un lavoro che invita ad ascoltare le canzoni come capitoli di un unico racconto.

Tracklist

  • L’odor del pianto
  • Dans mon rêve
  • Un fiore nascosto
  • Multiverso
  • Amay
  • Labirinto che sono che sei
  • Rosa bagliore
  • Unlocked
  • Il ricordo migliore
  • Ascolta “Amay” su Youtube
  • Guarda il video de “L’odor del pianto” su Youtube
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Forme di vita del genere umano a colori

Il nuovo progetto discografico si configura come un’opera densa e stratificata, guidata da un concetto di fondo coerente e rigoroso che unisce idealmente tutte le tracce. Non si tratta di una semplice raccolta di canzoni, ma di un vero e proprio viaggio concettuale che scava nelle dinamiche della coscienza umana e della percezione di sé.

«Mi sono chiesto che valore diamo alle nostre azioni quotidiane e come potrebbero essere viste nel momento in cui ci guardiamo dal di fuori. Sono convinto che guardandoci a distanza metteremo più giudizio nell’agire. E da questa prospettiva ho immaginato un protagonista unico per tutti i pezzi del disco che si confronta con le varie sfaccettature della sua esistenza. A ogni stato d’animo ho associato un colore che cambia però in base alla luce che noi gli diamo».

Attraverso questo espediente narrativo, l’album diventa una sorta di specchio cromatico ed emotivo. Il protagonista si muove tra i brani affrontando i propri bivi esistenziali, offrendo all’ascoltatore un punto di vista universale sulla complessità della routine e delle scelte giornaliere. Tuttavia, lo sguardo dell’artista non si limita all’universo intimo e psicologico, ma si allarga inevitabilmente verso una lucida e amara riflessione sulla realtà contemporanea. Accanto all’introspezione trova infatti spazio una forte componente di denuncia sociale, focalizzata sulle disuguaglianze economiche e sull’egoismo che caratterizza le sfere del potere. Questa transizione dal personale al collettivo viene sviscerata nel dettaglio all’interno del disco, partendo da una precisa intuizione:

«La forbice tra ricchi e poveri si è allargata a dismisura negli ultimi anni e quando ho scritto la canzone ho pensato proprio di descrivere cosa può saltare in mente a un potente che ha tutto quando lotta per avere ancora di più e togliere a chi non ha niente».

L’opera riesce così a bilanciare perfettamente due anime: da un lato la ricerca della consapevolezza individuale e della luce interiore, dall’altro la narrazione cruda delle storture di una società polarizzata, offrendo spunti di riflessione che rimangono impressi ben oltre l’ascolto dei singoli brani.

Tracklist

  • In Bianco
  • V.E.P.
  • Il Labirinto Di Napoleone
  • Il Dirupo Universale
  • Light Song
  • 6 Gennaio
  • Virtus In Medio
  • Funesto Siero (Invecchiato 10 Anni)
  • Bianco
  • Hallebuia
  • Guarda il video di “Hallebuia” su Youtube
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Vietato ballare, Interdit de danser

Il titolo dello spettacolo è ispirato alle regole condominiali della sede torinese del collettivo italo-francese Kulturscio’k, dove all’ingresso c’era scritto: “Vietato ballare”. Questo divieto paradossale ha spinto Alessia Siniscalchi a una riflessione più ampia: «Siamo capaci di danzare veramente oggi? Di danzare per reagire alle ingiustizie che la società ci impone? Di danzare per sopravvivere a tanti, troppi paradossi?».
Lo spettacolo inizia quindi con la danza per poi procedere verso la narrazione: la storia di una donna accusata di furto. Ritrovatasi imputata in un processo, cerca di uscirne attraverso il corpo ed il canto, ostacolata da altri personaggi, testimoni ambigui del delitto, che fanno di tutto per impedire la realizzazione del suo sogno. Le dinamiche tra tutti, riconoscibilmente ispirate alla favola di Cenerentola, sono confuse, aggressive, dissacranti, moleste. Vietato Ballare, è una creazione corale bilingue, nata dalla collaborazione tra artisti professionisti, attori di cinema e teatro, performers, musicisti, grafici, fotografi che vivono in Italia ed in Francia.

  • Creazione corale: Kulturscio’k
  • Scrittura originale e Regia: Alessia Siniscalchi
  • Ideazioni coreografiche: Ivana Messina
  • Con: Chandra Aymerich Pappalardo, Ronan Beaupérin, Virginie Chase, Evita Ciri, Daniela De Stasio, Andrea Lanciotti, Irene Maiorino, Ivana Messina, Francesca Risoli, Jean Baptiste Saunier, Matteo Prosperi, Maria Luisa Usai
  • Voce narrante: Vincenzo Siniscalchi
  • Musiche: Francesco Porcellana, Stefano Piro, Francesca Risoli
  • Luci: Entracte
  • Scene: Jacopo Valsania
  • Costumi: Marina Nekhaeva, Nina Liz
  • Coproduzione: Fondazione Campania Dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Kulturscio’k Italia/Francia
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Arsenico e vecchi merletti

La versione teatrale di “Arsenico e vecchi merletti” diretta da Fabrizio Angelini e prodotta da Carù Produzioni nel 2014 è nata in occasione del 75° anniversario della stesura del celebre testo originale di Joseph Kesselring (scritto nel 1939).

  • Adattamento scenico: Mariagrazia Cerullo
  • Regia: Fabrizio Angelini
  • Musiche: Stefano Piro
  • Con: Alessandra Frabetti, Mimmo Chianese, Roberto Colombo, Anna Esposito, Francesca Risoli, Andrea Croci, Gipeto, Fabrizio Angelini, Donato Abruzzese, Francesco Mauri e Mario Cozzi
  • Scene: Gilda Esposito
  • Costumi: Anna Reginato
  • Trucco e acconciature: Francesca Scalera
  • Sartoria: Roberto Violi
  • Direzione scenica: Giacomo Callari
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Aldrin

Suoni sintetici, rarefatti e siderali, e calore che si espande nelle note di piano, nelle ritmiche avvolgenti, nell’ariosità cangiante e psichedelica, eleganza d’archi e un respiro potente: il secondo lavoro degli Arm on Stage (Folco Orselli, Stefano Piro, Alessandro Sicardi e, in questo disco, anche l’indimenticato Alessio Russo) è un disco composito e affascinante, che combina ritmi camaleontici prog, melodie pop-rock, chitarre magniloquenti e quasi catartiche, così come arpeggi che appaiono sussurrati ricami folk o evocativi arazzi vagamente radioheadiani.

Aldrin si muove tra sperimentazione e meccanismi di seduzione, che in un brano (la divertente Money & Puttane) inaspettatamente si tingono anche di black music, tra rap e disco, con tanto di cori di Paolo Benvegnù, produttore dell’album con Michele Pazzaglia. Se la chiave di questo pezzo è l’ironia, il tema portante del disco è l’umanità, con la sue fragilità, il rischio dell’errore, con la sconfitta dietro l’angolo, tra scene noir a più letture cantate con voce da crooner e sonorità notturne (Neighbor’s Nightmare) e dichiarazioni d’amore di chi non ha niente da perdere ed è spaventato dal non aver più paura di morire (Sunday’s Over, pop di classe impreziosito da sax stiloso e delizioso, quasi da mod revival), tra magnifiche desolazioni, solitudini cosmiche, paure e capacità di ritrovare dentro di sé la forza di superarle, grazie alla consapevolezza di essere ancora vivi (“I’m not scared / I’m a human being […] And I’m stilla live for now / Safe and sane brothers”, Alive). Anzi, toccato il fondo, ecco che si reagisce e si risale fino a riuscire a tornare a vedere il sole (Strong Enough).

In questo itinerario umanissimo si viaggia allora accompagnati da note cupe di piano, rallentamenti raffinati tra jazz e blues, distorsioni che avvitano la tensione in gola, delicatezza che tesse trame impalpabili di archi e Hammond soffuso ed esplosioni rock quasi stadium; c’è spazio per l’attesa “resistente” e la speranza dell’esistenza di altre strade da percorrere nell’abbraccio di velluto della meravigliosa April Song, ballata morbida e “ancipite”, nel suo doppio carattere dolcemente rassicurante ed inquieto, così come per un elogio obliquo della follia, cantato con voce graffiata grunge (Lally the Clown) e finale vorticoso ed inquietante, o per un duello tra cervello e cuore che pulsa coinvolgente, eppure si snoda sempre in modo elegante (The Master).

Tracklist

  • That Old Velvet Curtain
  • April Song
  • Alive
  • Sunday’s Over
  • The Second Man On The Moon
  • Lally The Clown
  • Money & Puttane
  • Crystal
  • The Master
  • Neighbor’s Nightmare
  • That Magnificent Desolation
  • Strong Enough (Bonus Track)
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Zewdu the street child

Zewdu è un ragazzo di dodici anni che vende gomme da masticare per strada e vive sotto un’automobile nella città di Adis Abeba in Etiopia. Un giorno un turista gli lascia più denaro di quanto gli avesse chiesto. Con l’arrivo di questi soldi, Zewdu decide di tornare al villaggio dove vive suo padre, ma un duro e difficile destino lo aspetta.

  • Regia: Enrico Parenti
  • Musiche: Stefano Piro
  • Prodotto: Takaefilms
  • Interpreti: Zewdu Fersah, Mituab,Mirtie, Marta Getachaw
  • Durata: 11‘38‘‘
  • Anno: 2011
  • Guarda il cortometraggio su Vimeo
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Revolver a la Milonga

Lo Spettacolo

Un viaggio emozionante che unisce musica, danza e teatro, snodandosi tra le atmosfere di Parigi e Buenos Aires. Al centro della narrazione ci sono le vicende di Malena, una ragazza argentina alla ricerca del proprio destino (scopri di più nella sezione [La Storia]).

La Struttura dello Show

Lo spettacolo si sviluppa attraverso un’alternanza dinamica di diverse arti sceniche. Il repertorio spazia da tanghi originali in italiano, composti da Stefano, ai grandi classici della tradizione argentina, interpretati dalla voce del soprano Francesca Risoli. Le coreografie e l’intensità del ballo sono affidate al duo di professionisti AnyMa (Angela Quaquarella e Mauro Rossi). Un testo recitato fa da collante all’intera narrazione. In ogni replica, la conduzione teatrale è affidata a un attore ospite sempre diverso, rendendo ogni serata un evento unico.

Un’opera dove la passione del tango argentino incontra la freschezza della nuova composizione italiana e l’imprevedibilità del teatro di parola.

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Sunglasses under all stars

Questo lavoro discografico nasce dall’isolamento volontario di quattro musicisti dal bagaglio artistico solido e variegato, riunitisi con l’obiettivo di esplorare l’essenza più profonda dell’essere umano e le origini della creatività. L’opera si configura come un vero e proprio confronto di idee e suoni, dove ogni componente esprime la propria visione del distacco dalla modernità attraverso un’immersione totale e quasi straniante nella dimensione naturale.

Questa forte suggestione emerge chiaramente da testi fortemente onirici e visionari, che lasciano sospesi tra la dimensione del viaggio reale e quella dell’esplorazione puramente mentale. Anche l’architettura sonora contribuisce a questa atmosfera astratta: un mosaico che fonde insieme blues, funky, minimal jazz, rock classico e psichedelia anni Settanta, evocando suggestioni che richiamano antichi rituali. Il disco non segue una narrazione lineare, ma si sviluppa come un flusso libero guidato da un unico filo conduttore che unisce storie diverse attraverso quello che la band stessa definisce un connubio tra improvvisazione e visione.

Sebbene la proposta musicale cerchi una propria identità e venga spesso considerata originale, le sue radici affondano in territori già esplorati, richiamando alla mente atmosfere che spaziano dalle sonorità acustiche e intime alla Beck o alla Neil Young, fino a suggestioni vicine a Sting o alla celebre colonna sonora di Eddie Vedder per Into the Wild. La scelta stessa di ritirarsi in un contesto rurale e isolato per dare vita al debutto solleva il dubbio se si tratti di una reale e spontanea urgenza espressiva o di una formula studiata, nonostante l’evidente impegno del gruppo nel voler rinfrescare e far risplendere sonorità e ambientazioni dal sapore tipicamente retrò.

Tracklist

  • The Guardian
  • Spiritual
  • Desert Coffee
  • Spider Rain
  • Wolf In Town
  • Queen Is Gone
  • The Mouse In The Corn Flakes Box
  • Sailor
  • Go On!
  • Get Back
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Standing Army

A partire dalla conclusione del secondo conflitto mondiale e fino ai giorni nostri, gli Stati Uniti hanno progressivamente sviluppato e consolidato una fitta e monumentale rete di basi militari, la quale oggi si estende in modo capillare su tutti e cinque i continenti. Questa massiccia presenza globale solleva spontaneamente una serie di interrogativi cruciali sulla geopolitica moderna. Ci si chiede, per esempio, quali siano le ragioni storiche e strategiche per cui nazioni sovrane come la Germania, l’Italia e il Giappone continuino a ospitare sul proprio territorio nazionale migliaia di soldati statunitensi a distanza di decenni dalla fine della guerra.

Allo stesso modo, resta da comprendere l’obiettivo di lungo termine che spinge Washington a investire costantemente nella costruzione e nel potenziamento di nuove strutture logistiche e operative in ogni angolo del globo. Oltre alle dinamiche puramente politiche, emerge poi la questione sociale relativa all’impatto concreto, spesso problematico, che l’insediamento di queste installazioni esercita sulla vita quotidiana, sull’economia e sull’ambiente delle popolazioni locali che risiedono nelle aree limitrofe. A questa complessa rete di nodi si aggiunge l’analisi della linea politica adottata dall’amministrazione del presidente Barack Obama, chiamato a gestire un tema così delicato e cruciale per gli equilibri internazionali.

A tutte queste complesse domande tenta di dare una risposta organica Standing Army, un’inchiesta giornalistica a trecentosessanta gradi che analizza il fenomeno in profondità. Il documentario non si limita a una ricostruzione teorica, ma unisce le riflessioni e le analisi geopolitiche di esperti e intellettuali di fama internazionale, tra i quali spiccano figure come Noam Chomsky, Gore Vidal, Chalmers Johnson ed Edward Luttwak. A questi autorevoli pareri specialistici si affiancano le testimonianze dirette e spesso drammatiche di cittadini comuni, la cui esistenza è stata segnata in prima persona dalla presenza fisica e dall’influenza dell’apparato militare americano all’interno del proprio paese.

  • Regia: Enrico Parenti, Thomas Fazi
  • Musiche: Stefano Piro, Arm On Stage
  • Montaggio: Desideria Rayner
  • Produzione: Thomas Fazi, Federico Minetti, Enrico Parenti
  • Anno: 2010